Npl, chiamata alle armi – Intervista su Milano Finanza

Milano Finanza

Milano Finanza | di Antonio Satta | “Abbiamo già dato!” È secca la risposta di Mauro Maria Marino, Presidente della Commissione Finanze del Senato, quando gli si chiede che cosa pensi dell’addendum alle linee guida della Bce sui crediti deteriorati, presentato il 4 ottobre scorso dalla presidente del Supervisory Board della banca centrale europea, Danièle Nouy. Norme che se al termine della consultazione avviata (si concluderà l’8 dicembre) dovessero rimanere immodificate imporrebbero alle banche di coprire con il capitale di garanzia il 100% dei valori dei crediti deteriorati entro sette anni dall’iscrizione a bilancio (se garantiti), limite che però scenderebbe a soli due anni se quei crediti fossero privi di garanzia. “Non voglio nemmeno toccare il tema, non irrilevante, del contrasto di queste misure con le regole già approvate a livello comunitario e nazionale, penso ai principi contabili internazionali, come l’Ifrs 9, in vigore dal prossimo gennaio. Io preferisco rimanere al merito della questione: una stretta del genere, così onerosa per un sistema che ha già fatto uno sforzo enorme per riportare le situazioni critiche a un livello di sicurezza, sarebbe devastante. Un’ipotesi da contrastare con tutte le forze. Io mi aspetto che tutti gli italiani, dai gruppi parlamentari nazionali, agli eurodeputati, al governo si mettano di traverso. Quelle misure non devono passare”.

 

Di questi tempi, a campagna elettorale virtualmente avviata, non tira molto aria di unità nazionale. 

Guardi che qui in ballo non c’è qualche decimale di punto nei sondaggi, ma la ripresa dell’Economia, che è appena ripartita e che una stretta del genere strozzerebbe nella culla. Misure di questo tipo costerebbero miliardi di accantonamenti che verrebbero sottratti al credito per le imprese e le famiglie, inoltre stresserebbero inutilmente le banche che hanno già fatto uno sforzo enorme. I dati ufficiali dicono che da gennaio a luglio le sofferenze nette sono calate del 23 per cento, arrivando a 65 miliardi, mentre negli ultimi sei anni, quindi dal momento peggiore della crisi, il sistema bancario ha accantonato ben 152 miliardi di euro per far fronte ai crediti deteriorati. Questo è quello che ha fatto l’Italia e che continua a fare, rispettando le regole, molto pesanti, adottate dall’Unione Europea; le ultime, peraltro, emesse solo la scorsa primavera. Per usare una terminologia vetusta, che spero nessuno voglia più tirare fuori, noi i nostri compiti a casa li abbiamo fatti, altri no. Anzi, peggio, i professori si sono proprio scordati di assegnarli.

A che cosa si riferisce? 

Alla montagna, e il termine è quanto mai appropriato, di derivati e di asset illiquidi che si nascondono nei bilanci delle banche dell’Europa centrosettentrionale. vede, gli Npl, i crediti deteriorati, sono la conseguenza della crisi finanziaria globale, non la causa. Quella è dipesa dai derivati. Le ricordano qualcosa la Lehman Brothers, la Northern Rock, la Royal Bank of Scotland, cadute come birilli quando è scoppiata la bolla dei derivati? La prima è fallita, le altre sono state salvate a spese dei contribuenti dei loro paesi. Naturalmente tutti dissero: mai più! Peccato che i derivati siano ancora lì. Cito a memoria, quindi mi scuso se il dato non è corretto alla virgola, ma i derivati costituiscono circa il 9 per cento del totale attivo delle banche italiane, contro il 18 della media UE e il quasi 30 del sistema tedesco. Se poi passiamo agli asset illiquidi e complessi […] [Continua a leggere]

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